Esclusiva

Giugno 28 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Luglio 5 2022
“Disinformazione in Italia: dove trovarla e come combatterla” – Il report

Lo studio, presentato il 27 giugno alla Luiss, è frutto di una collaborazione patrocinata dal MAECI tra il Luiss Data Lab, il dipartimento di Giurisprudenza Luiss, la Harvard Kennedy School Misinformation Review e la Michigan University

Minaccia ibrida, infowar, strumento di guerra non lineare. La disinformazione mette a rischio la nostra democrazia, ma organizzazioni specializzate e istituzioni si uniscono per contrastarla. «Il ministero degli Esteri finanzia il progetto perché è consapevole dei rischi rappresentati dalle interferenze straniere» dice Giuliana Del Papa, capo unità Analisi e Programmazione della Farnesina, durante l’evento “Disinformazione in Italia: dove trovarla e come combatterla” all’Università Luiss di Roma, durante cui sono stati presentati i risultati di una collaborazione tra la Harvard Kennedy School Misinformation Review, il centro di ricerca Luiss Data Lab diretto da Gianni Riotta e dalla professoressa Livia De Giovanni, il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Luiss Guido Carli, l’University of Michigan e l’Istituto di Geopolitica Digitale.

Gli obiettivi? Capire logiche e comportamenti dei “disinfluencer” nel nostro Paese. I risultati? Un profilo dei disinformatori, delle loro narrazioni e degli interventi giuridici per contrastarli per evitare che l’Italia diventi sempre di più il “campo di battaglia dei disinformatori”, come lo definisce Costanza Sciubba Caniglia dell’Harvard Kennedy School Misinformation Review, visti gli alti livelli di infiltrazione della propaganda russa registrati dall’inizio della guerra in Ucraina.

«Sono ben organizzati dal punto di vista tecnico e infrastrutturale. La loro azione parte spesso dai social, ma si propaga su siti internet, organizzazioni e banche dati. Hanno reti di fedelissimi follower interessati alla loro causa che conta anche su avvocati, medici e professionisti, contrariamente alla falsa opinione secondo cui il fenomeno delle fake news riguarderebbe solo classi sociali meno abbienti», dice Irene Pasquetto, Assistant professor all’University of Mitchigan, parlando dei disinfluencer analizzati e delle loro reti.

Lo studio individua tre macro-argomenti in cui la disinformazione si propaga con particolare facilità: donne e politica, disinformazione sanitaria e cambiamento climatico.

Presente all’evento anche Renee DiResta, research manager della Stanford Internet Observatory, che ha tenuto un keynote speech sull’impatto delle narrazioni false su Covid-19 e vaccini nel mondo.

Donne in politica

Le narrazioni di disinformazione che coinvolgono le donne e il loro rapporto con la politica si differenziano rispetto alle altre per l’alta presenza di hate speech (discorsi d’odio) a carattere misogino. Soprannomi offensivi e insinuazioni a sfondo sessuale sono tra le pratiche più frequenti insieme alle accuse di incompetenza. Non mancano però le insinuazioni sul loro aspetto fisico. Brutte, abusive, nemiche della famiglia e bugiarde, sono solo alcune delle etichette affibbiate alle donne, insieme a quelle che si riferiscono agli aspetti umorali: deliranti e capricciose.

La strategia denigratoria che coinvolge i soggetti femminili ha spesso la funzione di rendere la donna un “mezzo” con il quale il disinfluencer attacca decreti, leggi e scelte politiche che, proprio perché in relazione alle donne prese di mira, perdono di validità. Immigrazione, educazione gender, diritti civili e femminili sono gli ambiti dove si manifestano i maggiori attacchi.

Disinformazione sanitaria e guerra in Ucraina

I biolabs americani in Ucraina per preparare una guerra batteriologica? Un esempio di disinformazione crossover in cui comunità NoVax e disinformatori sulla guerra in Ucraina si sono uniti sfruttando la diffidenza verso i laboratori medici dei primi e le istanze propagandistiche di Mosca dei secondi.  «Monitorando i canali di comunicazione della comunità NoVax abbiamo assistito a un progressivo spostamento dell’attenzione dagli argomenti legati alla pandemia al tema della guerra in Ucraina. Ciò è avvenuto soprattutto sui canali NoVax più generalisti, mentre quelli specializzati hanno mantenuto il focus sulla pandemia in maniera più costante», dice Michelangelo Gennaro, Assistant researcher del Luiss Data Lab. Tra le teorie NoVax più virali c‘è anche il “VAIS”, secondo cui si starebbe pianificando un “olocausto” contro la comunità dei non vaccinati. Si tratta di una sottocategoria della narrazione che preannuncia l’istituzione di una dittatura sanitaria sostenuta dalle élites mondiali.

Cambiamento climatico

Lockdown ambientali e blackout energetici. I disinfluencer legati al negazionismo del cambiamento climatico stravolgono temi di attualità per rafforzare le proprie teorie. Due gli esempi più emblematici. Il primo riguarda l’ingresso della tutela dell’ambiente in Costituzione (riforma dell’8 febbraio 2022) che nella narrazione negazionista legittimerebbe lockdown “verdi” per ridurre i consumi della popolazione. Il secondo lega i problemi energetici italiani e la dipendenza dalla Russia alle scelte politiche effettuate in risposta al cambiamento climatico che avrebbero impedito il raggiungimento di un’autonomia energetica. Il risultato? l’imminente decisione di procedere con “blackout energetici” giustificati dall’ideologia ambientalista.

Ruolo delle piattaforme e profili giuridici di contrasto alla disinformazione

È possibile ipotizzare l’utilizzo del diritto penale per contrastare la disinformazione? La risposta del gruppo di ricerca del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Luiss è negativa. «Non è identificabile nessun bene giuridico meritevole di protezione penale nel contesto della disinformazione in quanto tale», dice Emanuele Birritteri, assegnista di ricerca in Diritto penale. Diverso il caso in cui la notizia falsa arreca un’offesa a interessi diversi dalla mera veridicità della notizia, come quando colpisce beni patrimoniali (nel caso della truffa) o destabilizza l’ordine pubblico.

Il gruppo di ricerca guidato da Antonio Gullo, professore ordinario di Diritto Penale della Luiss, consiglia il legislatore di prevedere una regolamentazione che responsabilizzi le grandi piattaforme come Meta, Twitter o TikTok. L’assenza di una cornice giuridica chiara rischia di concedere troppo potere alle aziende che sono nella condizione di influenzare su quali temi avviene il dibattito pubblico. «In assenza di regole le piattaforme adottano degli approcci molto diversi e spesso poco trasparenti su come intendono contrastare la disinformazione», conclude Gullo.

Articolo di Francesco Di Blasi, studente del Master in Giornalismo e Comunicazione multimediale della Luiss Guido Carli