Esclusiva

Gennaio 12 2022.
 
Ultimo aggiornamento: Febbraio 3 2022
Kobe Bryant, le fake news diventate virali sul campione dell’NBA

Il 20 gennaio 2020 il sito Mediamass annuncia: “Verso le 11 di questa mattina, il nostro amato Kobe Bryant è scomparso“. Il campione di basket americano era ancora vivo, si trattava di una fake news come capita spesso alle celebrità.

Kobe Bryant, la fake news sulla sua morte diventa virale

La fake news viaggiò così in fretta da diventare virale sui siti internazionali, causando allarmismi ovunque. Mediamass, poco dopo, smentiva: «La notizia della morte di Kobe Bryant si è diffusa rapidamente a inizio settimana. Per fortuna è ora confermata come bufala totale». I siti, che avevano ripreso l’informazione, fanno marcia indietro, rimuovendo il falso, ma nel frattempo, Il comunicato bugiardo diventa tristemente reale.

Il 26 gennaio 2020, sei giorni dopo, infatti, il campione del basket NBA, sua figlia di tredici anni Gianna Maria e altre sette persone, dopo aver decollato dall’aeroporto della contea di Orange-John Wayne nello stato della California, precipitarono, schiantandosi nella nebbia sul ciglio di una collina. Il velivolo a causa del forte impatto, prese fuoco. Tutti i passeggeri morirono sul colpo. La comunicazione globale inizia a confondersi, con una sovrapposizione d’informazioni smisurata. A confermare la verità i quotidiani, tra cui il New York Times.

Kobe Bryant, chiamato con il soprannome di Black Mamba dai tifosi, per il giornalista televisivo argentino Eduardo Salim Sad, non muore casualmente. “L’elicottero Sikorsky S76, di cognome ebraico, uccide Kobe Bryant“, scrive Sad sul suo profilo twitter. Oltre a provocare critiche da parte della comunità ebraica, Sad riesce a ottenere anche tante, preoccupanti, visualizzazioni. Qualche giorno dopo il suo account e il suo tweet scompaiono e l’autore inizia a sostenere che il suo profilo sia stato violato (“Sono furioso e costernato”, twitta). Da qui, l’ipotesi fasulla di una matrice ebraica dietro l’incidente, quasi un attentato.

Il caso della fake news su Bryant è dunque esempio di come le notizie vadano non solo verificate attraverso la consultazione di più fonti e dati, ma di come non tutte le informazioni siano affidabili. La passione dei tifosi per gli assi dello sport li induce a grande attenzione: ecco allora che, a caccia di click o semplicemente per seminare caos, la morte di alcuni di loro sia disseminata ad arte. Nel caso di Kobe Bryant, purtroppo, alla menzogna seguì il vero.


Articolo di Caterina Di Terlizzi, studentessa del Master in Giornalismo e Comunicazione Multimediale dell’Università LUISS Guido Carli