Il Digital News Report 2026 del Reuters Institute certifica il sorpasso dei social e delle piattaforme video sui siti dei giornali. In Italia la fiducia nell’informazione scende al 32%, e lo scontro con Google e Meta si combatte davanti ai regolatori.
Negli ultimi giorni della campagna per il referendum costituzionale di marzo, Giorgia Meloni ha scelto di parlare da Pulp Podcast, un videopodcast condotto da Fedez e il youtuber Davide Marra molto seguito dai più giovani. Il Reuters Institute di Oxford registra l’episodio nella scheda sull’Italia del suo rapporto annuale. Le altre duecento del rapporto spiegano perché un capo di governo cerchi lì il suo pubblico.
Nella media dei 48 mercati analizzati, su quasi 98mila intervistati, social network e piattaforme video sono diventati per la prima volta il canale più usato per informarsi. Li indica il 54%. La televisione è al 52%, i siti e le app delle testate al 51%. Dal 2020 la tv ha perso 13 punti e i siti dei giornali 12. Del primo calo si parla da anni. Il secondo è quasi identico e riguarda proprio ciò che gli editori hanno costruito in un decennio di transizione digitale.
Quest’anno i ricercatori hanno chiesto a chi non usa più un mezzo se lo avesse mai usato con regolarità. Le risposte tolgono fondamento a una speranza che circola nelle redazioni: che i ventenni, invecchiando, finiranno per comprare il giornale come i loro genitori. Tra i 18-24enni che non hanno letto un quotidiano nell’ultima settimana, il 56% non lo ha mai fatto con costanza.
Per la televisione il problema è un altro. Quasi otto persone su dieci l’hanno seguita ogni settimana per informarsi, almeno per un periodo della loro vita. Tra gli under 35, però, solo la metà di chi aveva quell’abitudine l’ha conservata, contro il 71% degli over 35. Il quotidiano di carta, per molti ragazzi, non è mai entrato in casa. Il telegiornale c’era, e se n’è andato.
Una parte di quel pubblico si è trasferita sul video online, che il 77% degli intervistati guarda ogni settimana. In 45 Paesi su 48 ha già superato la tv tradizionale, con le sole eccezioni di Germania, Danimarca e Paesi Bassi. Gli editori ne raccolgono poco: sui loro siti e sulle loro app il consumo di video è sceso di cinque punti in un anno, al 23%.
Il rapporto distingue YouTube da TikTok e Instagram. Sulle ultime due la maggior parte degli utenti incontra le notizie per caso, mentre scorre altro. Su YouTube le va a cercare, e ci resta: il 23% di chi ci guarda notizie segue video di oltre venti minuti. I formati lunghi piacciono più ai 18-24enni che agli over 55, contro l’idea che i giovani reggano solo clip da pochi secondi. Molti li guardano sul televisore di casa, aprendo un app come farebbero per una serie.
Su queste piattaforme si muovono i creator. In Francia Hugo Travers, noto come Hugo Décrypte, raggiunge il 28% degli under 35, il doppio di TF1 e del Figaro. Nel mondo il 27% degli intervistati ha seguito nell’ultima settimana almeno un creator dedicato all’informazione. Chi lo fa legge e guarda anche più media tradizionali della media: i creator si aggiungono, di rado sostituiscono. Solo il 3% si informa esclusivamente attraverso di loro.
È una minoranza piccola, ma tende a collocarsi agli estremi dello spettro politico. Negli Stati Uniti il rapporto cita Nick Shirley, youtuber di 24 anni. Il suo video sulle presunte frodi negli asili gestiti da cittadini di origine somala in Minnesota è stato rilanciato dal vicepresidente J. D. Vance e ha portato a indagini federali, nonostante le prove fossero limitate.
L’intelligenza artificiale, per ora, cresce più piano di quanto si temesse. L’uso settimanale di ChatGPT, Gemini e servizi simili per informarsi è passato dal 7% al 10%. Nel Regno Unito è fermo al 4%. Un quinto degli intervistati si fida delle risposte delle chatbots, ma tra chi li usa la quota sale al 44%, contro il 17% di chi non li ha mai provati. La diffidenza, cioè, viene soprattutto da chi resta fuori.
L’uso più comune è fare domande di approfondimento su una notizia già letta. Per gli editori il punto dolente sono i clic. Sull’intera popolazione, appena il 4% dichiara di passare spesso da un chatbot alla fonte originale, contro il 19% di chi arriva dai motori di ricerca. Il divario dipende anche dal numero ancora ridotto di utenti dell’IA. Chi clicca lo fa più spesso per controllare che la notizia sia vera che per saperne di più. Intanto il traffico organico da Google verso oltre 2.500 siti di informazione è calato di un terzo tra novembre 2024 e novembre 2025, secondo dati Chartbeat riportati dal Reuters Institute.
La fiducia nelle notizie è scesa al 37%, il valore più basso da quando l’istituto ha iniziato a misurarla nel 2015. Negli Stati Uniti è al 25%, in Italia al 32%. Nel nostro sistema, osserva il rapporto, ottengono più credito le testate percepite come neutrali. Quelle con un profilo politico netto vengono premiate soprattutto da chi la pensa come loro.

La domanda di imparzialità regge meglio di quanto suggerisca il rumore dei social. Il 45% degli intervistati preferisce notizie che non prendano posizione, più del doppio di chi cerca conferme alle proprie idee. Questa seconda minoranza, però, commenta, condivide e paga più degli altri. Per un editore a caccia di abbonati è un pubblico prezioso, e il rapporto riconosce che schierarsi può diventare un modo per distinguersi dalla concorrenza.
Sul servizio pubblico l’Italia fa storia a sé. È uno dei cinque Paesi, su 26, in cui prevale un giudizio negativo sull’impatto sociale dell’informazione pubblica. È anche l’unico in cui le critiche più dure alla Rai arrivano da sinistra. Il rapporto le collega ai cambi al vertice e agli interventi editoriali percepiti come un rafforzamento del controllo politico.
Il resto della scheda italiana descrive un mercato che cambia proprietari e regole. Nel 2024 le grandi piattaforme hanno raccolto oltre l’85% dei ricavi pubblicitari digitali lordi. Sulla carta, solo il Corriere della Sera e la Repubblica raggiungono ogni settimana almeno il 10% degli intervistati. A marzo 2026 GEDI è passata interamente al gruppo greco Antenna, della famiglia Kyriakou, con la Repubblica, Radio Deejay, HuffPost Italia e Limes. La Stampa era già stata venduta all’editore regionale SAE.
Online la classifica è diversa. Fanpage è in testa, e tra gli under 35 Il Post raggiunge il 15% e Will Media l’11%. Giornalisti affermati come Stefano Feltri e Selvaggia Lucarelli hanno trovato su Substack un ampio pubblico pagante.
Secondo il rapporto, l’Italia è diventata anche un banco di prova europeo nei rapporti con le piattaforme. L’AGCOM ha fissato l’equo compenso che Meta e LinkedIn devono a GEDI per l’uso dei suoi contenuti. Meta ha fatto ricorso e il tribunale italiano ha rinviato la questione alla Corte di giustizia dell’Unione europea. A ottobre 2025 la FIEG ha presentato un esposto contro gli AI Overviews di Google, accusati di sottrarre traffico ai siti di informazione. A febbraio il presidente dell’AGCOM ha annunciato che segnalerà AI Mode alla Commissione europea.
In uno dei capitoli di approfondimento c’è un dato che il rapporto non mette in evidenza. Tra chi ha smesso di guardare regolarmente il telegiornale, il 9% non usa più alcuna fonte di informazione: né giornali, né social, né podcast, né chatbot. Al suo apice la televisione entrava nelle abitudini di otto persone su dieci. Gli autori si chiedono se un’altra fonte di notizie arriverà mai a tanto.
A cura di Federica Urzo


