La sicurezza cognitiva sposta l’attenzione dalle notizie false al momento in cui si decide. Ne discutono Bruxelles, Ginevra e gli esperti americani riuniti a Las Vegas. In Italia se ne occupa l’Italian Digital Media Observatory.
Un analista dell’intelligence scrive: «possibile movimento delle forze avversarie, fiducia moderata». Il suo superiore riassume la nota in «gli indicatori suggeriscono un movimento delle forze avversarie». Al livello successivo la frase diventa «le forze avversarie si stanno riposizionando», e sulla scrivania del comandante arriva una valutazione che comincia con «l’intelligence indica».
Lungo la catena nessuno ha mentito e nessuno ha aggiunto prove. La certezza è cresciuta da sola. L’esempio è di Terry Borst, generale di brigata in congedo con quarant’anni di carriera nell’intelligence dell’esercito americano. Lo ha raccontato ad agosto alla Cognitive Security Conference di Las Vegas, dove militari, ricercatori e analisti si sono ritrovati attorno a un presupposto comune: l’avversario punta al momento in cui un’informazione diventa una decisione.
La trappola nei cieli d’Europa
In Europa la stessa idea è entrata nei documenti di policy. L’Istituto dell’Unione europea per gli studi sulla sicurezza (EUISS) e il Geneva Centre for Security Policy (GCSP) hanno pubblicato due brief sul tema.
Si parte dai droni e dai caccia russi entrati nello spazio aereo di Polonia, Romania ed Estonia nel settembre 2025. Per gli studiosi erano operazioni psicologiche, e qualunque risposta avrebbe aiutato Mosca. Una reazione debole la invitava ad alzare la posta. Una dura alimentava in Europa la paura di una guerra aperta. La chiamano trappola cognitiva.
Il brief definisce la sicurezza cognitiva come la protezione dei processi con cui le persone percepiscono la realtà e decidono. Il concetto deriva dalla cognitive warfare studiata in ambito NATO dai primi anni Duemila, ma la usa in chiave difensiva, con strumenti presi dalla psicologia e dalle neuroscienze.
Su un punto gli autori si allontanano dalle politiche attuali. L’Unione contrasta la manipolazione dell’informazione da parte di attori stranieri (la FIMI, nel lessico di Bruxelles) inseguendo i contenuti: chi li produce, come circolano, come rimuoverli. L’EUISS propone di studiare le abitudini mentali su cui la manipolazione fa leva, a partire dalle scorciatoie con cui giudichiamo in fretta e dalle cornici interpretative che ci portiamo dietro. All’avversario serve che milioni di persone, davanti a un evento, reagiscano d’istinto entro un margine che lui sa prevedere.
Rand Waltzman, ricercatore della RAND Corporation, applica lo stesso ragionamento all’intelligenza artificiale. Per lui deepfake e testi sintetici sono la parte meno preoccupante.
La propaganda tradizionale diffondeva un messaggio a una folla, e proprio per questo si lasciava individuare: lo stesso slogan che compare in mille posti diversi lascia una traccia. Con l’IA si può fare l’opposto, affidando a ciascuno di milioni di agenti artificiali una sola persona. Ogni agente impara dalle risposte del suo interlocutore, ne asseconda paure e convinzioni, cambia tono quando serve. Le conversazioni non si somigliano. I sistemi che oggi scovano i bot cercando messaggi identici non trovano niente.
Waltzman chiama il bersaglio sensemaking, la capacità di dare un senso agli eventi. Per comprometterla non serve convincere qualcuno di una falsità: basta che smetta di distinguere una fonte affidabile da una che non lo è.
La disciplina che propone, le Cognitive Security Operations, funziona come un ciclo di controllo. Si osserva l’ambiente informativo, si diagnostica quando le decisioni cominciano a peggiorare, lo si misura, si interviene e si ricomincia. Waltzman insiste sulla misura: senza indicatori capaci di descrivere lo stato dell’ambiente cognitivo, dice, non esiste strategia di difesa.
I regimi autoritari risolvono il problema dicendo ai cittadini cosa pensare. Le democrazie lasciano a loro la decisione e quindi devono dare gli strumenti per prenderla. Secondo Waltzman oggi questo non accade, e ognuno si arrangia da solo.
“Le cuciture”
Borst guarda dentro le organizzazioni. Secondo lei la manipolazione raramente colpisce il decisore: lavora nelle «cuciture» tra un ufficio e l’altro. Tra chi raccoglie l’informazione e chi la analizza, tra gli analisti e i legali, tra chi pianifica l’operazione e chi pensa a come raccontarla. Ognuno parla una lingua sua e risponde a incentivi suoi. Tutti possono fare bene il proprio lavoro mentre il sistema sbaglia.
Più un’informazione sale nella gerarchia, più viene compressa. Riassumibile in una formula: l’incertezza diventa sicurezza, la possibilità diventa intenzione, il dissenso finisce in appendice.
L’IA rende la compressione più veloce. Borst la usa ogni giorno e racconta di averci preparato in mezz’ora una presentazione che le avrebbe chiesto una settimana. Il rischio che indica ha un nome, false convergence. Un modello linguistico può produrre cinque sintesi coerenti e concordi senza aggiungere un fatto, e cinque rapporti in apparenza indipendenti possono discendere dallo stesso documento. Il consiglio degli esperti agli analisti vale anche per chi fa giornalismo: invece di contare i rapporti, ricostruirne la genealogia. L’accordo tra fonti prova un consenso, mentre l’indipendenza va dimostrata risalendo all’origine.
Lo stesso meccanismo ha un nome più brutale, confidence laundering, il riciclaggio della fiducia. Un’ipotesi prudente, riscritta da tre livelli diversi e accompagnata da grafici puliti, alla fine sembra una conclusione. L’umiltà è un meccanismo di controllo, e un’organizzazione matura deve saper scrivere «non lo sappiamo».
Una frase del suo intervento va riportata a parte. Parlando di un decisore impossibile da convincere, Borst ha raccontato di aver lavorato sui passaggi intermedi per arrivare alla decisione «di cui avevamo bisogno». Ha precisato di non aver chiesto quella giusta. In un contesto militare indica un obiettivo operativo. Fuori da quel contesto descrive con precisione la tecnica da cui la sicurezza cognitiva dovrebbe proteggerci.
Brian L. Steed, storico militare e autore di Narrative War, ricorda un limite che gli studi sulla disinformazione tendono a trascurare: l’inganno funziona bene quando asseconda ciò che il bersaglio crede già. Nel 1944 l’operazione Fortitude convinse i tedeschi che lo sbarco sarebbe avvenuto a Calais perché era lì che lo aspettavano. Convincerli del contrario sarebbe stato molto più difficile. Per Steed la narrativa è il filtro con cui interpretiamo la realtà, e una storia può cambiare il destino di un prodotto rimasto identico. Negli anni Cinquanta Marlboro era una sigaretta per signore, con un bocchino che non lasciava tracce di rossetto. L’agenzia Leo Burnett la affidò a un cowboy, e nel giro di qualche anno il marchio diventò il più venduto d’America. Da qui la diffidenza di Steed per le «contronarrative». Le paragona al tiro di controbatteria: a volte serve, ma un ufficiale d’artiglieria che costruisse un intero piano di fuoco solo su quello verrebbe deriso. Bisogna avere una storia propria da raccontare.
Nei mercati il meccanismo è visibile a occhio nudo. Nel 2013 l’account hackerato dell’Associated Press pubblicò la notizia falsa di due esplosioni alla Casa Bianca, e in pochi minuti l’indice S&P 500 perse circa l’uno per cento. Gli operatori vendevano prevedendo che gli altri avrebbero venduto, senza aspettare una verifica. Il fondatore di Market Reader, società che analizza i movimenti anomali dei titoli, ha esteso il ragionamento ai mercati predittivi sulle elezioni, che molti leggono come sondaggi. Chi dispone di capitale sufficiente per spostare una quota sposta anche ciò che il pubblico crede probabile.
Ciò che non si automatizza
La parte più concreta arriva da un settore che con la disinformazione sembra avere poco a che fare. Il 14 maggio 2022 un diciottenne uccise dieci persone nel supermercato Tops di Buffalo, in una strage di matrice razzista. Dopo l’attacco lo Stato di New York ha creato, a livello di contea, team di valutazione e gestione delle minacce. Quando qualcuno mostra segni di avvicinarsi alla violenza, si siedono allo stesso tavolo scuole, servizi di salute mentale, comunità religiose e polizia. Secondo il responsabile del programma, in quattro anni sono state valutate circa 5.000 persone, la metà delle quali considerata a rischio. Solo il 4 per cento dei casi seguiti si è chiuso con un arresto. L’80 per cento degli interventi arriva nelle prime fasi, quando c’è un rancore ma non ancora un piano. L. N., ex membro di una gang motociclistica che oggi lavora nella prevenzione, ha spiegato perché i fatti convincono poco chi sta dentro un gruppo estremista. Una convinzione diventata identità resiste agli argomenti. Cede, secondo lui, davanti a un «altare migliore», cioè a un’appartenenza più forte di quella che il gruppo offriva. Nessun software può fornirla. Nel suo caso è arrivata con la nascita della nipote.
Respingere gli attacchi uno per uno non basta. Una società meno manipolabile scoraggia l’avversario, che rinuncia perché l’investimento non renderebbe. Gli autori la chiamano deterrenza per negazione e citano due esempi già operativi: il manuale svedese Don’t Be Fooled e la scuola finlandese, dove la disinformazione si studia dalle elementari.
Per Bruxelles l’EUISS propone un quadro europeo per la resilienza cognitiva e valutazioni obbligatorie della componente cognitiva in ogni analisi delle minacce ibride. Propone anche un gruppo consultivo scientifico che unisca civili e militari. Nel lungo periodo servono investimenti nell’educazione al pensiero critico, collegati allo Scudo europeo per la democrazia.
Il caso italiano
Tra le fonti del brief europeo compare un documento del Ministero della Difesa italiano del 2023 sulla competizione nella dimensione cognitiva. In Italia il tema è studiato anche fuori dagli ambienti militari, all’Italian Digital Media Observatory (IDMO).
L’altra metà del lavoro è l’educazione, la parte che l’EUISS colloca nel lungo periodo. Nel 2025 le iniziative di IDMO hanno coinvolto oltre 70.000 persone, 42.000 delle quali studenti, anche grazie a un programma che forma i formatori. A luglio i risultati sono stati presentati allo Stato Maggiore della Difesa, in un panel sul ruolo dei media nella guerra cognitiva.
L’Europa può considerare queste vulnerabilità difetti inevitabili della natura umana, oppure riconoscere che la cognizione è diventata un campo di battaglia.
Valutazioni obbligatorie e squadre dedicate portano il dibattito pubblico dentro il perimetro della sicurezza nazionale. È un rischio che IDMO ha tenuto presente nel programmare le prossime attività. L’osservatorio continuerà ad analizzare e monitorare l’ecosistema informativo per individuare manipolazioni e interferenze, ma metterà al centro la resilienza democratica. Difendere una verità incontestabile non è il suo compito. Aiutare le persone a ragionare meglio, sì.
Resta il problema di fondo. Prima o poi qualcuno dovrà stabilire quando un’interpretazione diffusa nasce da una manipolazione e quando è soltanto un’opinione sgradita a chi governa. La frase di Borst sulla decisione «di cui avevamo bisogno» mostra quanto sia stretto quel margine.
A cura di Federica Urzo


