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Esclusiva

April 12 2022
730 ore di violenza nella mostra di Domestic Data Streamers

L’Europa premia il progetto “730 hours of violence” che mostra la brutalità umana mettendo insieme arte e dati

«Sei un aggressore? Sei parte del sistema di aggressione? Sei una vittima? Sei entrambe le cose? Volevamo che ognuno si ponesse queste domande davanti alla violenza e, passeggiando per la mostra, nelle discussioni degli spettatori, si poteva sentire lo sconvolgimento di tante coscienze in cerca di risposte». A parlare è Pau Garcia, partner fondatore di Domestic Data Streamers (DDS). L’azienda si occupa di raccogliere dati da trasformare in opere d’arte con lo scopo di innescare dibattiti su temi di rilevanza sociale. Questa idea ha ispirato 730-hours of violence, un’esposizione che si è svolta nella Mutuo Gallery di Barcellona dal 7 al 30 settembre 2021, per settecentotrenta ore. Il progetto è uno dei vincitori del bando europeo Media Futures che promuove idee e progetti artistici che esplorano i dati e le nuove tecnologie, mettendo in luce il loro impatto sugli individui e la collettività.

Nella galleria sono state collocate nove installazioni con cui il pubblico ha avuto modo di scoprire quanto la violenza sia presente in ogni momento, intorno e dentro di sé. «I dati sono il linguaggio, l’arte è il modo in cui coinvolgiamo, creiamo curiosità e voglia di capire. Tutti i nostri progetti nascono con una domanda a cui proviamo a rispondere in maniera collettiva perché crediamo che nel dibattito nascano nuove prospettive sul mondo».

Che aspetto ha la violenza? L’interrogativo investe lo spettatore appena entrato nella mostra. L’opera “Visual definition of violence” chiede al pubblico di selezionare un’immagine di ciò che meglio definisce la brutalità: esplosioni, armi, litigi, religione, omicidio, ogni scelta viene stampata su un unico nastro che man mano si riempie delle immagini violente, che iniziano a sovrapporsi fino a creare un confuso e indistinto agglomerato. 

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

Secondo Pau Garcia, «per la maggior parte delle persone la violenza è qualcosa di fisico e tangibile. Ma non è questo il tipo più pericoloso. C’è una violenza sistemica e pervasiva che non è visibile, non si può indicare, circoscrivere, colpire». È la “slow violence”, meglio esemplificata nei cosiddetti “fatbergs”, agglomerati solidi di rifiuti prodotti nel comfort delle nostre case. Il fatberg più grande fu trovato a Londra, pesava 130 chilogrammi ed era largo 250 metri. I suoi componenti sono stati rintracciati dalle analisi chimiche e portati davanti agli occhi degli spettatori: barattoli di vetro disposti sulla parete, contenenti carta igienica, grasso rappreso, olio da cucina e altri residui. «Sono le tante piccole azioni di cui è difficile individuare il responsabile, che si sedimentano in un unico atto violento contro l’ambiente e la società», commenta Garcia.

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

C’è poi un tipo di violenza che abbiamo sotto gli occhi ogni giorno: i discorsi di odio. “Nigga” (negro), “whore” (troia) e “faggot” (frocio) sono le parole contenute nei tweet che il team di DDS ha scaricato per quattro mesi. «Quegli insulti sono stati ripetuti un milione e seicentomila volte – riporta Garcia -. A ognuna di queste corrisponde un colpo del martello sul muro. Abbiamo ricreato il ritmo dell’hate speech». 

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

L’aggressione si manifesta anche nello spazio adibito alla condivisione come quello pubblico in cui barriere di vetro dividono la società per classe, estrazione sociale, possibilità. «In questa opera (“Glass frontiers”) ci rendiamo conto di come le decisioni prese dalle istituzioni, spesso sulla base di dati, possano influenzare la vita dei singoli. C’è sempre bisogno di un soggetto responsabile, non ci si può nascondere dietro a un algoritmo». 

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

Sono proprio gli algoritmi a essere messi al centro della riflessione in “Data violence”. Non appena lo spettatore si avvicina alle videocamere di sorveglianza piantate sul muro, viene individuato e schedato da parte dell’algoritmo in pochi secondi. In una società in cui i computer svolgono per noi un numero sempre più elevato di operazioni, occorre essere consapevoli degli obiettivi che si nascondono dietro i dati con cui interagiamo. 

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

In “Selfie dysmorphia” viene mostrato tutto il potere che gli algoritmi possono esercitare sulla nostra psiche, fino a distruggere l’immagine stessa che abbiamo di noi, di continuo distorta, storpiata, violata, fino al momento in cui consideriamo estraneo il volto riflesso nello specchio. «I meccanismi alla base dei social network sono concepiti per tenerci incollati allo schermo per il maggior tempo possibile» dice il fondatore di DDS, che sottolinea come «nessun algoritmo è neutrale e non possiamo pretendere che lo sia perché è creato dall’uomo. Non esiste creazione umana che non sia influenzata da interessi, oltre che da pregiudizi culturali e bias cognitivi. Anche dietro la costruzione di una sedia ci sono dei valori che indicano come interagire con quella porzione di spazio».

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

La forma, come anche il colore delle sedie, è veicolo di un messaggio. L’opera “Hostile architecture” mostra diversi tipi di sedute che si possono trovare in città e su cui, in realtà, è impossibile accomodarsi: sono concepite per disincentivare persone senza fissa dimora a trovare ristoro, anche se per poche ore, nei luoghi in sé destinati alla condivisione, ma in cui la loro presenza è indesiderata. La visione della miseria attiva nell’altro un ricordo della propria fragilità, oltre a innescare un fastidioso senso di colpa, in grado di turbare la corsa verso l’obiettivo della vita di ognuno: la felicità.

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

La forma di violenza finale, la più subdola e silenziosa è nascosta nella “happycracy” che si alimenta dell’imperioso senso di insoddisfazione che stimola la frenesia accumulatrice tipica del capitalismo. «In “Happy violence” abbiamo invitato i visitatori a firmare un contratto con cui si impegnavano a essere felici». La felicità, nelle sue diverse declinazioni, è l’unica emozione accettabile e in una delle clausole si legge “quando mi sentirò triste eviterò di socializzare cosicché le persone intorno a me non vengano influenzate dal mio cattivo umore”. 

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

L’indifferenza è l’ultima forma di violenza esplorata nelle 730 ore: un letto confortevole che ci accoglie, con calde coperte bianche con stampe rosse a comporre una frase: “circa 540 persone vengono sfrattate dalle loro case ogni mese a Barcellona”. «Sono i dati emersi grazie alla collaborazione con attivisti e associazioni no profit. – dice Pau Garcia – . Si parla di 60 persone al giorno che perdono la casa. Quello che faranno i loro vicini di casa è, con ogni probabilità, nulla». 

La nostra violenza quotidiana, siamo vittime e carnefici
courtesy Domestic Data Streamers

Il senso di stordimento avvertito poco prima di addormentarsi è lo stesso richiamato in quest’ultima installazione, che si rifà al concetto di “statistical numbing” elaborato dallo psicologo statunitense Paul Slovic. «Ogni volta che siamo stati esposti a una grande quantità di violenza – continua Garcia –  i nostri sensi vengono anestetizzati, è una cosa che appartiene al nostro cervello, è un meccanismo che ci permette di sopravvivere. Sta accadendo anche ora, con la guerra in Ucraina. Dovrà passare del tempo prima di recuperare la capacità di subire davvero l’impatto delle immagini che stiamo vedendo. Non credo sia sbagliato guardare le atrocità del conflitto, ci consentono di capire meglio cosa sta accadendo. Quello che vediamo oggi non è una novità, abbiamo visto già immagini atroci dell’Olocausto, del genocidio in Rwanda, dei rifugiati siriani, dei corpi dei migranti riversi sulle spiagge. Come le altre volte, l’orrore suscitato dai gesti brutali dell’uomo tornerà, forse insieme a una nuova consapevolezza di quanta violenza si nasconde anche dietro gesti quotidiani».

Articolo di Federica De Lillis, studentessa del Master in Giornalismo e Comunicazione Multimediale dell’Università Luiss Guido Carli.