Esclusiva

Aprile 29 2022
Una rete di bot filo-russi nell’UE amplifica la disinformazione sulla guerra in Ucraina

I Paesi europei hanno subito un attacco simultaneo di bot e account coordinati filo-russi con la missione di diffondere disinformazione su Twitter riguardo alla guerra in Ucraina

I Paesi europei hanno subito un attacco simultaneo di bot e account coordinati filo-russi con la missione di diffondere disinformazione su Twitter riguardo alla guerra in Ucraina. Lo certifica un’indagine esclusiva condotta dalla Ukraine Taskforce, istituita da EDMO, che ha analizzato tutti gli Stati membri dell’Ue oltre a Svizzera e Regno Unito.

L’attività sospetta registrata online ha avuto inizio il 24 febbraio 2022, simultaneamente all’attacco della Russia all’Ucraina. Le caratteristiche con cui gli account incriminati hanno agito evidenziano una presenza molto alta tra loro di bot (account fake progettati per portare avanti vari scopi in maniera automatizzata). Inoltre, è emersa anche la partecipazione di account dal comportamento “ambiguo”: in questo caso si sospetta esista un coordinamento centralizzato.  

EDMO ha messo sotto osservazione gli account che tra il 15 marzo e il 15 aprile hanno ritwittato i tweet del Governo russo e delle sue ambasciate in Europa, spesso fonte di fake news sul conflitto in corso. Lo ha fatto dopo aver registrato altissimi livelli di disinformazione sulla guerra in Ucraina in Ue (link) durante il mese di marzo.

Quasi un terzo degli account oggetto del monitoraggio è con ogni probabilità un bot. Questi profili hanno diffuso narrative pro-Cremlino come la presunta “denazificazione” dell’Ucraina o la presenza nel Paese di laboratori americani per armi biologiche. La nostra analisi ha utilizzato “Botometer”, software realizzato dall’Indiana University Bloomington capace di calcolare la probabilità che un account sia un bot. 

I risultati mostrano che il 9 per cento di questi account è un bot e il 21 per cento lo è quasi certamente. Solo il 29 per cento dei profili ha caratteristiche umane e il 41 per cento ha comportamenti poco trasparenti, forse riconducibili a un essere umano, ma su cui resta un certo grado di incertezza.

La presenza di bot filo-russi sui social media e su Twitter in particolare non è un fenomeno nuovo. Negli ultimi anni sono stati diversi i casi in cui la Russia, tramite agenzie legate a oligarchi vicini al presidente Vladimir Putin, ha cercato di influenzare le opinioni pubbliche occidentali attraverso l’utilizzo di bot in grado di amplificare artificialmente narrazioni filo-russe. Il caso più famoso è quello della cosiddetta “Internet Research Agency”, un’organizzazione (poi soprannominata la “troll factory”) che nel 2016 influenzò le elezioni presidenziali americane favorendo Donald Trump (che poi vinse le elezioni contro Hillary Clinton) nell’interesse del Cremlino. Twitter nel 2018 accertò che il fenomeno coinvolse oltre 50mila accounti legati alla Russia.

Lo scorso 4 marzo, Twitter ha annunciato di aver eliminato circa 100 account che avevano rilanciato l’hashtag “#IstandwithPutin” per aver partecipato a un’azione “coordinata e con un comportamento poco autentico”. Tuttavia, i dati ottenuti da EDMO lasciano pensare che il fenomeno in Europa interessi quantità di account molto maggiori.

Dall’indagine di EDMO risulta che il 73 per cento degli account hanno prodotto il loro primo tweet dopo il 24 febbraio (considerando gli ultimi sei mesi di attività), cioè la data dell’invasione russa. 

Questo dato da una parte alimenta il sospetto che si tratti di bot creati appositamente all’inizio della guerra, dall’altra parte fa pensare a un possibile coordinamento di un ampio numero di account “silenti” tornati improvvisamente attivi dall’inizio del conflitto. A supportare queste ipotesi è anche il fatto che dal 24 febbraio si è registrato un aumento considerevole dei tweet pubblicati dagli account considerati.

Un comportamento plausibile sia con l’attività di bot che con quella di account reali coordinati per una specifica occasione, in questo caso la guerra. EDMO ritiene che l’attività di una serie di account inattivi da almeno mezzo anno, poi diventati estremamente attivi nel giro di un giorno, sia da considerarsi sospetta. Potrebbe trattarsi di un’azione coordinata da un ministero, un’organizzazione o associazione di qualunque entità.

Inoltre, è evidente che l’attività degli account segua attivamente il corso della guerra, non limitandosi solo a una pubblicazione casuale di tweet. Il 3 aprile, quando i media internazionali iniziano a parlare del massacro di Bucha, si registra un aumento molto considerevole dei tweet pubblicati che continua raggiungendo il picco 10 giorni dopo, il 13 aprile. Non solo, il giorno in cui i crimini commessi a Bucha divengono pubblici si registra anche il secondo incremento più alto di “primi tweet pubblicati”, quindi di riattivazioni degli account silenti. Un incremento dello stesso tipo, più contenuto, ma significativo, avviene anche il 24 febbraio con l’inizio della guerra. 

EDMO non è in grado di verificare l’identità degli architetti di questa campagna di disinformazione. Tuttavia, i risultati dell’indagine dimostrano come questa operazione si sia avvalsa di un numero significativo di bot, oltre che a un probabile coordinamento centralizzato da una parte interessata a sostenere messaggi pro-Cremlino. 

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Articolo di Francesco Di Blasi, studente del Master in Giornalismo e Comunicazione Multimediale dell’Università Luiss Guido Carli con il contributo di Mahmoud Javadi.