Una delle accuse più forti che circola da mesi contro la riforma costituzionale della giustizia è quella secondo cui, grazie alla separazione delle carriere dei magistrati, il governo potrà influenzare – se non addirittura arrivare a controllare – i pubblici ministeri (pm), ossia i magistrati che conducono le indagini e rappresentano l’accusa nei processi. Nelle ultime settimane, l’idea di pm più esposti al potere politico ha alimentato un dibattito acceso, fatto di allarmi, prese di posizione contrapposte e scontri pubblici anche molto duri.
Eppure, nel testo della riforma costituzionale, che sarà sottoposta al referendum il 22 e 23 marzo, non compare nessuna norma che attribuisca al governo un potere diretto di direzione, controllo o gerarchia sui pm. In altre parole, non è previsto che il governo possa dare ordini ai pubblici ministeri, stabilire priorità nelle indagini o intervenire sulle singole decisioni giudiziarie.
Ma allora da dove nasce il timore che i pm possano finire sotto il controllo della politica? I cambiamenti introdotti dalla riforma possono davvero renderli più esposti all’influenza del governo, oppure questa lettura è troppo allarmistica? Facciamo un po’ di chiarezza.
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