La guerra culturale di Trump contro le regole su hate speech e disinformazione si è spostata in Europa

«In molti Paesi, e persino in intere regioni come l’Europa, c’è un trend preoccupante riguardo alla restrizione della libertà di espressione e all’imposizione del pensiero unico». È una mattina di inizio febbraio quando Stephen Bartulica, europarlamentare del partito di destra croato DOMiNO, pronuncia queste parole di fronte a una sala gremita nel palazzo del Parlamento europeo di Bruxelles. «L’uccisione di Charlie Kirk, ad esempio, ha mostrato le serie difficoltà che affrontano coloro che difendono apertamente la dignità umana e le libertà fondamentali».

In platea sono seduti decine di rappresentanti di partiti di destra ed estrema destra, think tank e organizzazioni ultraconservatrici da diverse parti del mondo. Nella lista degli speaker e tra gli sponsor, anche realtà statunitensi del mondo trumpiano MAGA, Make America Great Again. Su tutte, spicca Heritage Foundation, organizzazione dietro il documento programmatico “Project 2025” per la seconda presidenza Trump.

L’evento è il summit del Political Network for Values (PNfV), una rete transnazionale di lobbying fondata nel 2014 e formata da organizzazioni, attivisti e politici cosiddetti “anti-gender” e di stampo ultraconservatore provenienti dagli Stati Uniti, dall’America Latina e dall’Europa. In chiusura, si tiene un acclamatissimo keynote speech del neoeletto presidente del Cile José Antonio Kast (che ha presieduto il PNfV fino a dicembre 2024, poi seguito da Bartulica).

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