Rimpatri forzati, il confine passa anche dalle parole

Alla Camera il convegno di lancio del progetto FAMI del Garante nazionale.

Quando si parla di rimpatri forzati la prima tentazione è quella di usare il linguaggio della procedura, parlando di voli, accordi, trattenimenti, allontanamenti, Paesi terzi, riammissioni.

È il vocabolario delle istituzioni, necessario per descrivere un sistema complesso, ma è anche un vocabolario che rischia di lasciare fuori la parte più importante: le persone.

Da questa tensione tra diritto, amministrazione e racconto pubblico è partito il panel dedicato a Rimpatri forzati e diritti umani: linguaggio, framing e narrazione mediatica”, nell’ambito del convegno di lancio del progetto FAMI Rimpatri forzati e tutela dei diritti” del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale.

L’incontro si è svolto a Roma, martedì 16 giugno, nell’Aula dei Gruppi parlamentari della Camera dei deputati, per presentare il progetto inserito nella programmazione nazionale FAMI 2021-2027. L’obiettivo è consolidare e potenziare il sistema nazionale di monitoraggio dei rimpatri forzati, innalzando il livello di tutela dei diritti umani in una fase particolarmente delicata: quella in cui una persona è sottoposta a una misura coercitiva ed è pienamente affidata all’autorità pubblica.

Come ha ricordato Angelo Esposito, project manager del progetto, la persona sottoposta a rimpatrio forzato non cessa di essere titolare di diritti”. È proprio in questo passaggio, quando la vulnerabilità è massima, che si misura la tenuta concreta dello Stato di diritto.

Il convegno ha riunito rappresentanti del Sottocomitato delle Nazioni Unite per la prevenzione della tortura, del Comitato europeo per la prevenzione della tortura, del Fundamental Rights Office di Frontex, del Ministero dell’Interno, del mondo accademico e del giornalismo.

Le tre tavole rotonde, che si sono susseguite nell’arco della giornata, hanno affrontato, da prospettive diverse, le procedure di allontanamento, il ruolo dei Meccanismi nazionali di prevenzione nel monitoraggio dei diritti fondamentali, le implicazioni del Nuovo Patto UE sulla Migrazione e l’Asilo e del Regolamento Rimpatri. Il terzo panel ha poi portato la discussione su un terreno decisivo per l’opinione pubblica: il modo in cui i media raccontano i rimpatri forzati e, più in generale, le persone migranti.

Qui il tema non è soltanto scegliere parole più corrette. Il punto è capire che ogni parola costruisce un’immagine.

“Rimpatrio”, “allontanamento”, “rimozione”, “deportazione”, “clandestino”, “irregolare”, “senza documenti”: termini diversi, con storie diverse e conseguenze diverse.

La reporter Mariangela Paone ha richiamato uno dei nodi centrali del dibattito: la necessità di dare un volto alle notizie. Il riferimento va anche all’ultimo rapporto di Carta di Roma, significativamente intitolato Notizie senza volto”, che segnala una tendenza persistente dell’informazione italiana: le migrazioni vengono spesso raccontate attraverso numeri, emergenze e formule ricorrenti, mentre le biografie individuali restano sullo sfondo.

È in questo contesto che torna a pesare l’uso della parola clandestino”, riemersa con forza nel discorso pubblico e mediatico. Non si tratta di una semplice sfumatura. “Clandestino” non descrive soltanto una condizione amministrativa, ma porta con sé un immaginario di colpa, segretezza, minaccia. È una parola che arriva prima della storia personale e rischia di chiuderla prima ancora che venga raccontata.

Il linguaggio, dunque, non è un accessorio del giornalismo, ma una forma di interpretazione.

Su questo punto si è inserito l’intervento di Christopher Hein, docente di Diritto e politiche di immigrazione e asilo della Luiss, che ha invitato a interrogare anche il termine apparentemente più neutro: rimpatrio.

La parola suggerisce un ritorno in patria, ma nella pratica le procedure possono avere destinazioni molto diverse. Una persona può essere trasferita verso il primo Paese di arrivo, verso un cosiddetto Paese terzo sicuro, anche se non vi ha mai vissuto, verso un altro Stato con cui esistono accordi europei o bilaterali, oppure verso un Paese legato da accordi di riammissione.

Da qui nasce una domanda tutt’altro che formale: quando diciamo “rimpatrio”, stiamo davvero descrivendo un ritorno? Oppure stiamo usando una parola rassicurante per indicare un allontanamento deciso dentro una procedura amministrativa?

La questione diventa ancora più rilevante se si guarda alla soggettività della persona coinvolta. Il rimpatrio forzato non è soltanto la conclusione di un iter burocratico. Può significare l’interruzione di un progetto migratorio, la rottura di legami sociali, familiari, lavorativi, la fine di un percorso costruito spesso in condizioni difficili.

Anche il rimpatrio volontario assistito richiede attenzione. L’espressione sembra indicare una scelta libera e accompagnata, ma la volontarietà va sempre letta dentro il contesto concreto: quali alternative aveva la persona? Quali pressioni esistevano? Quali informazioni erano disponibili? Nel confronto è stato ricordato come questa modalità resti comunque minoritaria rispetto al quadro complessivo dei rimpatri. Anche qui, dunque, le parole possono chiarire oppure attenuare la complessità.

La prospettiva dell’analisi dei media è stata sviluppata da Paola Barretta, esperta di data journalism e analisi dell’informazione. Barretta ha ricordato che da un anno i principi della Carta di Roma sono entrati nel codice deontologico dei giornalisti. Un passaggio importante, perché rafforza la responsabilità professionale nel racconto delle migrazioni e nella tutela dell’identità delle persone migranti.

La protezione dell’identità non è un dettaglio tecnico. In molti casi, esporre un nome, un volto o una storia senza adeguate cautele può aumentare la vulnerabilità della persona coinvolta. Il giornalismo deve quindi tenere insieme due esigenze: informare e non danneggiare. Raccontare e proteggere, rendere visibile senza esporre inutilmente.

Dall’analisi delle parole usate dalla stampa tra il 2013 e il 2025 emerge una forte continuità: la narrazione delle migrazioni resta spesso ancorata ai registri dell’allarme e dell’emergenza. Cambiano i governi, le rotte, i contesti geopolitici, ma il frame dominante tende a ripetersi: si parla di flussi, sicurezza, pressione sui confini, gestione, molto meno di persone, percorsi, diritti, vulnerabilità.

Nel caso dei rimpatri, questa dinamica è ancora più evidente. La dimensione politica e istituzionale prevale su quella individuale. Le persone compaiono soprattutto come oggetto di decisioni: da identificare, trattenere, trasferire, rimandare. Più raramente vengono raccontate come soggetti, con una voce e una storia.

Il confronto con gli Stati Uniti offre un esempio utile. In una parte del giornalismo statunitense si è progressivamente affermato l’uso di espressioni come senza documenti” al posto di formule più stigmatizzanti.

A riportare il discorso dentro i luoghi concreti della privazione della libertà è stato Giacomo Zandonini, giornalista investigativo, richiamando il lavoro sui Centri di permanenza per il rimpatrio e l’esperienza di Ponte Galeria, a Roma, raccontata anche attraverso il riferimento al libro di denuncia di Sunjay Gookooluk, Diario di un invisibile”. Qui il tema del linguaggio si intreccia con quello della trasparenza: quanto può vedere la stampa? A quali informazioni può accedere? Quali ostacoli incontra chi prova a raccontare ciò che avviene dentro i CPR?

Senza accesso alle informazioni, il giornalismo rischia di arrivare tardi o di restare fuori. E quando il racconto resta fuori, le persone trattenute diventano invisibili due volte: dentro le strutture e dentro il discorso pubblico.

Il panel ha mostrato che parlare di rimpatri forzati significa parlare anche di qualità dell’informazione. Le procedure appartengono al diritto e all’amministrazione, ma il modo in cui vengono comprese dall’opinione pubblica passa in larga parte attraverso i media. Per questo la scelta delle parole non è secondaria: contribuisce a costruire il frame entro cui un fenomeno viene percepito, discusso, accettato o contestato.

Di Emerenziana Sinagra

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