Come “il maranza” è diventato uno stereotipo razzista

I giovani di periferia sono diventati il centro del dibattito politico sulla sicurezza, ma il fenomeno è in gran parte mediatico

All’ultimo esame per diventare giornalista professionista, tenutosi a Roma il 28 ottobre 2025, una delle tracce proposte chiedeva di scrivere un articolo sul «fenomeno preoccupante» delle «violenze indiscriminate dei maranza» durante le manifestazioni a sostegno della Palestina del 3 ottobre 2025. La traccia non mancava di associare questo «tipo di giovani» alla violenza e di sottolinearne la loro componente etnica: «figli di immigrati […] molto spesso di origine africana». 

Nei giorni immediatamente seguenti la prova, 129 giornalisti hanno presentato un esposto all’Ordine dei giornalisti per sottolineare come la traccia del testo fosse da un lato discriminatoria e dall’altro contraria ai principi deontologici giornalistici. La traccia è stata ritenuta problematica perché, tra le altre cose, «rende l’origine etnica un fattore esplicativo del comportamento deviante, una logica che contrasta con la Carta di Roma (il protocollo deontologico dedicato all’informazione su richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti, ndr), con la Carta dei Doveri del Giornalista e con i principi costituzionali di uguaglianza e non discriminazione», si legge nell’esposto. Inoltre, il testo «normalizza uno stereotipo linguistico (“maranza”) che nei fatti è diventato una categoria stigmatizzante, usata per etichettare e marginalizzare adolescenti delle periferie, in particolare con background migratorio». Uno stigma che nasce anche dall’incapacità storica di definire il modo di comportarsi e di essere dei giovani, soprattutto se di periferia.

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